Danni Irreparabili, capitolo 2

Ecco a voi il secondo capitolo di Danni Irreparabili. Un capitolo di dolore, ma anche di profonda luce, di speranza.

Capitolo 2

TRA LA LUCE e IL BUIO

La luce da lei emanata era forte anzi, fortissima, accecante, l’amore si andava impadronendo di me e tutto ciò che mi circondava mi sembrava più positivo, più roseo.

Stavo incominciando a vivere una nuova illusione ma chissà quanto sarebbe durata, chissà per quanto tempo quella felicità avrebbe albergato in me.

Sinceramente mi auguravo che durasse a lungo, riuscivo a sentire, a percepire che lei poteva essere la donna giusta, la futura madre dei miei figli, la donna che avrebbe condiviso con me gioie e dolori, che avrebbe saltato con me gli ostacoli più ardui della vita.

Ma quale ostacolo più arduo di quello che avevo innanzi poteva regalarmi la vita?

Quell’ostacolo tremendo era di fronte a me, imperturbabile, sicuro nella sua imponenza, nella sua maestà, mi impediva di guardare oltre, di sognare una vita normale: neanche una fessura, uno spiraglio c’erano in quel muro che mi permettessero di scorgere gli altri e vederli ridere e scherzare.

Quel muro mi aveva isolato in un mondo tutto mio nel quale io non riuscivo a trovare la porta per uscire, ma forse qualcuno era venuto a salvarmi a guidarmi in un mondo nuovo lontano dalle sofferenze e dai dolori.

Era il 7 ottobre 1995 quando conobbi Alessia e la mia vita sembrò per un attimo non più la stessa, trasformata e immersa nel ciclone dell’amore.

Grazie a lei stavo forse per aprire la porta e uscire da quella situazione di tremenda angoscia quando la vita mi inferse il suo colpo più crudele: mio padre si aggravò velocemente, la situazione precipitò all’improvviso e nel giro di pochissimi giorni lo vidi sfiorire e trasformarsi definitivamente in una persona che io a malapena riuscivo a riconoscere.

La notte tra il 19 e il 20 di ottobre del ’95 fu la più brutta della mia vita: mio padre emise il suo ultimo gemito e poi spirò tra le mie braccia e io lì impotente, incapace, disarmato.

Uno squarcio profondo si aprì nel mio petto, una ferita così profonda che in quei momenti pensavo nemmeno una vita di gioie avrebbero potuto rimarginare.

Avevamo perso la battaglia, mio padre se ne era andato per sempre e ora lasciava me e mia madre da soli nel difficile cammino della vita.

Qualcuno ci aveva separato per sempre senza darci la  possibilità di abbracciarci per l’ultima volta, senza darmi la possibilità di apprendere da lui il vero senso della vita: mi aveva lasciato da solo con il mio destino, sballottato dalle intemperie dei problemi quotidiani.

L’ira che si scatenò in me fu tantissima, il mondo intero era il mio nemico, non riuscivo a trovare soddisfazioni e stimoli da niente, la mia vita era diventata un sopravvivere più che un vivere.

Continuavo a ripetermi che la spinta reattiva sarebbe nata presto dentro di me, avrei imparato a reagire; non mi rendevo conto che quella spinta io potevo toccarla con le mie mani, potevo stringerla e cercare conforto in lei.

Nella sfortuna ero stato fortunato perché avevo accanto a me una donna eccezionale, una donna che riempì il mio cuore di amore, che riuscì a dirigere tutte le mie energie verso di lei, mi forniva un appiglio eccezionale, un’ ancora a cui aggrapparmi per non andare completamente alla deriva.

In realtà quella persona era eccezionale e mi accorgo che identificarla con un’ancora sarebbe eccessivamente riduttivo.

Al di là di quelli che erano i miei problemi all’epoca, la sua presenza avrebbe stravolto ugualmente il mio piccolo mondo: era la prima donna che mi faceva innamorare e solo Dio sa se amerò qualcun’ altra quanto lei.

Distolse completamente la mia attenzione da tutto, spense gran parte del mio dolore, guidò la mia vita verso una nuova direzione sicuramente più serena e tranquilla.

Anche quei giorni tremendi che seguirono alla morte di mio  padre apparvero a miei occhi in una luce completamente diversa: il presente non mi spaventava poi così tanto, non avevo più paura delle conseguenze che sarebbero seguite a quei giorni perché la mia mente era proiettata verso un futuro completamente diverso da tutto ciò che in quel momento mi circondava.

Il mio futuro sarebbe stato una favola, una favola di eterno amore, lei avrebbe allontanato da me tutti i fantasmi e il mio squallido e gelido presente sarebbe diventato un passato da ricordare, doloroso ma mitigato dalla forza di un nuovo sentimento.

Quell’amore così grande non avrebbe mancato di riportarmi nel buio, per poi ricondurmi alla luce come se la mia vita fosse una successione infinita di lunghissime gallerie all’interno delle quali io trattengo il respiro e mi agito per rivedere la luce sapendo che però, non sarà mai una cosa definitiva.

La morte di mio padre era concisa con la nascita di un grandissimo amore, il mio primo amore, quello che come si dice non si scorda mai e quelle che provavo erano sensazioni indescrivibili, fuorvianti, ma piacevolissime e gratificanti.

Chissà se il mio istinto di ingenuo adolescente avrebbe avuto ragione, chissà se quella sarebbe veramente stata la donna della mia vita: queste erano le domande più ricorrenti di quei momenti, scaturenti dalla voglia di non separarmi mai da lei, o forse dalla consapevolezza che non avrei potuto portare la mia vita verso una strada da me descritta.

Dovevo affidarmi al destino e sperare che lui fosse da allora, almeno da allora, più comprensivo con me, ma lo sarebbe stato?

Qui il link al capitolo 1: https://wordpress.com/post/riccardodionisiscrittore.blog/383

Qui il link all’introduzione: https://wordpress.com/post/riccardodionisiscrittore.blog/377

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